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mercoledì, 20 agosto 2008
"è stato un viaggio, una vacanza che porto sempre negli occhi, nella mente e nel cuore, per me  e  credo anche  per molti,  esistono luoghi che vanno oltre la semplice vacanza e lasciano impronte che scavano nel profondo."

 ho incontrato gli azzurri, i turchesi, i blu piu' impossibili al mondo in un pomeriggio di settembre alle porte di Samarqand, gli occhi brucianti per il lungo viaggio su un "camion" scoperto che raccoglieva tutta la polvere possibile, e le lacrime da granelli di sabbia si sono tramutate in lacrime di allegria, di gioia.
 i miei diciassette anni, il piacere vero e senza fronzoli della conoscenza hanno inondato gli occhi, il cuore e la mente. erano gli azzurri dei principi, i blu della notte i verdi delle praterie infinite, la fantasia e la realtà si confondevano, si sovrapponevano e non sapevo piu' se quello che vedevo era reale o frutto della mia immaginazione.
quel viaggio era il dono di un padre, grande viaggiatore della mente e del reale, che ci ha educato attraverso viaggi, regali all'apparenza futili, persone ed incontri che ha voluto per noi figli e di cui ora anche dopo tanti anni gli sono grata , mi ha regalato la gioia del vivere e del conoscere.
ai diciotto anni di mia figlia ho rifatto con lei quel viaggio , un viaggio della memoria, ma anche degli affetti e dei desideri, le foto sono di questo ultimo viaggio, alcune mie, alcune di mia figlia.
i rivestimenti smaltati policromi dei "Monumenti" sono ancora affascinanti, non hanno perso nulla della loro magia, anzi se si osservanmo al tramonto o all'alba mutano di intensità e di luminosità, e su di essi vaga l'ombra di Tamerlano, ancora assai presente e non solo nella storia, ma anche nel ricordo di un magnifico passato.
i profumi delle spezie, mescolati ai profumi dei fiori e alle essenze che molte donne producomo in casa sono un fiume che dilaga quando si alza la brezza leggera sul far della sera, si beve il tè servito in enormi samovar ramati, seduti sulle infinite panche di legno lungo la strada e vicino alle case, una dimensione dove il tempo sembra avere il ritmo delle nostre sensazioni e dove oggi è anche domani.
chicca



cliccando sulla fotografia si giunge ad un album con foto di Samarqand

forse tutti abbiamo fotografie di vacanze anche dell'anima...

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venerdì, 15 agosto 2008

In questi giorni è stato ritrovato l’audio completo di questo discorso di Gandhi: oggi più che mai, un omaggio alla riflessione di tutti.

 

Discorso tenuto da Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche, New Delhi, 2 aprile 1947. Traduzione e commento a cura di Tara Gandhi. Signora Presidente e amici, non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare in una lingua straniera. Chissà se questi altoparlanti porteranno la mia voce fino ai confini di questo immenso pubblico. Quelli di voi che sono lontani possono alzare la mano, se sentono quello che dico? Sentite? Bene. Bene, se la mia voce non vi giunge, non è colpa mia, ma colpa degli altoparlanti.
Quello che volevo dirvi è che non devo scusarmi. Non oso, visti tutti i delegati che si sono riuniti qua da tutta l’Asia, e gli osservatori – ho imparato questa parola pronunciata da un amico americano che disse: “Non sono un delegato, sono un osservatore”. Di primo impatto con lui, vi assicuro, pensavo venisse dalla Persia, ma ecco davanti a me un americano e gli dico: “Sono terrorizzato da te, e vorrei che mi lasciassi stare”. Potete immaginare un americano che mi lasci stare? Non lui e, quindi, ho dovuto parlargli.
Quello che volevo dirvi è che il mio idioma per me madrelingua, non lo potete capire, e non voglio insultarvi insistendo su di esso. Il linguaggio nazionale, Hindustani, ci metterà tanto tempo prima di rivaleggiare con un linguaggio internazionale.
Se ci deve essere rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, indubbiamente l’inglese occupa il primo posto. Per discorsi e corrispondenza diplomatici, sentivo dire quando studiavo da ragazzo che il francese era la lingua della diplomazia e se volevi andare da una parte all’altra dell’Europa dovevi provare ad imparare un po’ di francese, e quindi ho provato ad imparare qualche parola di francese per riuscire a farmi capire. Comunque, se ci deve essere rivalità, la rivalità potrebbe nascere tra francese e inglese. Quindi, avendo imparato l’inglese, è naturale che faccia ricorso a questa parlata internazionale per rivolgermi a voi.
Mi chiedevo di cosa dovessi parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciate che sia onesto con voi, non ne ho avuto il tempo.
Però ieri ho comunque promesso che avrei provato a dirvi qualche parola.
Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta ed una matita. Ho ricevuto una penna invece di una matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non è qui con me. Ma questo non importa, ricordo cosa volevo enunciare, e mi sono detto: “I miei amici non hanno visto la vera India, e non ci stiamo incontrando in una conferenza nel cuore della vera India”.
Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – queste sono tutte grandi città e quindi, hanno subito l’influenza dell’Occidente, sono state fatte, magari eccetto Delhi ma non New Delhi, sono state fatte dagli inglesi. Poi ho pensato ad un breve saggio – credo che dovrei chiamarlo così – che era in francese. Era stato tradotto per me da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo altruista e diceva che mi aveva dato la sua amicizia senza che io lo conoscessi, perché lui parteggiava per le minoranze ed io rappresentavo, assieme ai miei connazionali, una minoranza senza speranze, e non solo senza speranze ma una minoranza disprezzata.
Se gli europei del Sudafrica mi perdonano per quello che dico, eravamo tutti; [lavoratore non qualificato a basso costo]. Io ero un insignificante avvocato;. A quei tempi non avevamo dottori “coolie”, non avevamo avvocati. Ero il primo nel campo. Ma sempre un “coolie”. Magari sapete cosa si intende con la parola “coolie” ma questo mio amico, si chiamava Krof – sua madre era francese, suo padre inglese – disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”.
Mi perdonerete, chi di voi sa la storia, se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci sarà nessun errore nell’avvenimento principale.
C’erano tre scienziati e – ovviamente è una storia inventata – tre scienziati uscirono dalla Francia, uscirono dall’Europa alla ricerca della “Verità”. Questa era la prima lezione che mi aveva insegnato quella storia, che se bisogna cercare la verità, non la si trova su suolo europeo. Quindi, indubbiamente neanche in America.
Questi tre grandi scienziati andarono in parti diverse dell’Asia. Uno trovò la strada per l’India e diede inizio alla sua ricerca. Raggiunse le cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, ciò avvenne prima dell’occupazione inglese, prima anche del periodo Mughal, così è come ha illustrato la storia l’autore francese, ma visitò comunque le città, vide la gente delle cosiddette caste alte, uomini e donne, fino a che non si addentrò in un’umile casa, in un umile villaggio, e quella casa era una casa Bhangi, e trovò la verità che stava cercando, in quella casa Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse 2 o 3 bambini (lo dico come me lo ricordo) e poi lui descrive come la trovò. Tralascio tutto questo.
Voglio collegare questa storia a quello che voglio dire a voi, che se volete vedere il meglio dell’India, dovete trovarlo in una casa Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o villaggi simili, 700.000 come ci insegnano gli storici inglesi. Un paio di città qua e là, non ospitano neanche qualche crore [unità di misura indiana che equivale a 10 milioni] di persone. Ma i 700.000 villaggi ospitano quasi 40 crore di persone. Ho detto quasi perché potremmo togliere una o due crore che stanno in città, comunque sarebbero 38 crore.
E poi mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la vera India, per cosa saranno venuti? Ho poi pensato che vi pregherò di immaginare quest’India, non dal punto di vista di questo immenso pubblico ma per come potrebbe essere. Vorrei che leggeste una storia come questa storia dei francesi o altre ancora. Magari, qualcuno di voi vada a vedere qualche villaggio dell’India e allora troverà la vera India.
Oggi farò anche questa ammissione: non ne sarete affascinati alla vista. Dovrete raschiare sotto i mucchi di letame che sono oggi i nostri villaggi. Non voglio dire che siano mai stati dei paradisi. Ma oggi sono veramente dei mucchi di letame; non erano così prima, di questo sono abbastanza certo. Non l’ho appreso dalla storia ma da quello che ho visto io stesso dell’India, fisicamente con i miei occhi; e io ho viaggiato da una parte all’altra dell’India, ho visto i villaggi, i miserabili esemplari dell’umanità, gli occhi senza vita, eppure sono l’India, e ciononostante in quelle umili case, nel mezzo dei mucchi di letame troviamo gli umili Bhangis, dove troverete un concentrato di saggezza. Come? Questa è una grande domanda.
Bene, allora voglio illustrarvi un altro scenario. Di nuovo, ho imparato dai libri, libri scritti da storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa ricca conoscenza, mi spiace dire, arriva qui da noi in India attraverso i libri inglesi, attraverso gli storici inglesi, non che non ci siano storici indiani ma neanche loro scrivono nella loro madrelingua, o nella loro lingua nazionale, Hindustani, o se preferite chiamarli due idiomi, Hindi e Urdu, due forme della stessa lingua. No, ci riferiscono quello che hanno studiato sui libri inglesi, magari gli originali, ma attraverso gli inglesi in inglese, questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito.
Ma ci dicono che la saggezza è arrivata dall’Occidente verso l’Oriente. E chi erano questi saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. Fu seguito dal Buddha. Lui apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito il Buddha? Gesù, di nuovo dall’Asia. Prima di Gesù ci fu Musa, Mosè, che apparteneva anche lui alla Palestina, ma verificavo con Badshah Khan e Yunus Saheb ed entrambi sostenevano che Mosè appartenesse alla Palestina, sebbene fosse nato in Egitto. Poi venne Gesù, poi Mohammad. Tutti loro li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute in Occidente, sconosciute al mondo letterario.
In ogni modo, non conosco una singola persona che possa uguagliare questi uomini d’Asia. E poi cosa accadde? Il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è trasfigurato. Mi spiace dire questo, ma questa è la mia lettura. Non dirò altro al riguardo. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che lo splendore che vedete e tutto quello che vi mostrano le città indiane non è la vera India. Certamente, il massacro che avviene sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso come dicevo ieri, dovete seppellirlo qui. Il ricordo di questo massacro non deve oltrepassare i confini dell’India, ma quello che voglio voi capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, dell’Asia, non deve essere appreso attraverso la lente occidentale, o imitando gli orpelli, la polvere da sparo, la bomba atomica dell’Occidente.
Se volete dare di nuovo un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “Amore”, un messaggio di “Verità”.
Ci deve essere una conquista (applausi) per favore, per favore, per favore. Questo interferisce con il mio discorso, e interferisce anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, e non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto.Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha fatto un mio amico ieri: “Se credevo in un mondo unico?”. Certo, credo in un mondo unico. Come posso fare diversamente, quando divento erede di un messaggio di amore che questi grandi, inconquistabili maestri ci hanno lasciato? Potete esprimere questo messaggio di nuovo ora, in questa era di democrazia, nell’era del risveglio dei più poveri dei poveri, potete esprimere questo messaggio con maggiore enfasi. Poi completerete la conquista di tutto l’Occidente, non attraverso la vendetta perché siete stati sfruttati, e nello sfruttamento voglio ovviamente includere l’Africa, e spero che quando vi reincontrerete in India la prossima volta ci sarete tutti: spero che voi, nazioni sfruttate della terra, vi incontrerete, se a quell’epoca ci saranno ancora nazioni sfruttate.
Ho forte fiducia che se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato, e che se veramente diventiamo, meritiamo e siamo degni di questo grande messaggio, allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà stata completata e che questa conquista sarà amata anche dall’Occidente stesso.
L’Occidente di oggi desidera la saggezza. L’Occidente di oggi è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché significa una completa distruzione, non solo dell’Occidente, ma la distruzione del mondo, come se la profezia della Bibbia si avverasse e ci fosse un vero e proprio diluvio universale. Voglia il cielo che non ci sia quel diluvio, e non a causa degli errori degli umani contro se stessi. Sta a voi consegnare il messaggio al mondo, non solo all’Asia, e liberare il mondo dalla malvagità, da quel peccato.
Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato.

 

M. K. Gandhi fonte qui)
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mercoledì, 13 agosto 2008
di maddalena mapelli


gigicogo 274

Marghera (VE) 13 agosto 2008. A cosa serve il virtuale. Gino , gigicogo e maddalenamapelli


Quello che ci siamo detti l'ha già anticipato in parte
gigicogo ma c'è una cosa importante da aggiungere. Più di tutte.
Vedete nelle foto, alle nostre spalle...c'è il complesso del Vega a Porto Marghera (VE), e c'è il palazzo Lybra dove sia io che Gigi, senza che prima lo sapessimo, lavoriamo: lui al primo piano, io al terzo. Mentre lui con veneto expo 2008 invitava decine di blogger lì a due passi dal luogo delle foto (e io non lo sapevo) io organizzavo con gli ibridi la giornata di studio del 17 maggio (e lui non lo sapeva).  Avremmo potuto per chissà quanto altro tempo girare per la stessa mensa e lo stesso bar senza mai mettere in rete le nostre competenze.

E come ci siamo riusciti?

Non attraverso i giornali locali (che hanno parlato di entrambe le iniziative senza che ci leggessimo a vicenda), non attraverso le nostre istituzioni di appartenza (Università di Venezia e Regione Veneto hanno pure siti in rete ma...), non attraverso i nostri  blog (Ibridamenti è su Splinder, Webeconoscenza no, chissà forse questo fa la differenza? essere vicini di piattaforma non basta?)...

E allora?

Ci ha fatto conoscere catepol che abita a centinaia di chilometri dal Vega di Marghera e che conosco solo virtualmente.

Un post di catepol su ibridamenti: Gigi che commenta, poi la conversazione si sposta su Twitter e... ok siamo alla foto con i nostri uffici alle spalle :-)

Morale della storia: ci sono persone che connettono più di altre in rete e una di queste è indubbiamente catepol .

Ieri al Vega dicevamo (ricopio un pò da Gigi) anche con
Gino  che la rete è il luogo:
  • per l'emersione dei talenti
  • che in rete non siamo milioni ... ma che alla fine ci ritroviamo su tutti i social network
  • che è un luogo in cui intessere relazioni (interessi che si incontrano) no profit ma anche di lavoro

Io vorrei ribadire una cosa che ho già detto agli ibridi... e chiccama  ne sa qualcosa :-)
Provate i social network
: Twitter , FriendFeed, Facebook. Apritevi degli account e allargate la rete anche in quella direzione.

Perché? 

Non perché siano meglio del blog ;-) Non c'è paragone!

Sono d'accordo con Sergio Maistrello e con Gigi e con le sue considerazioni espresse sul pezzo che analizzava il tema: “The conversation, The art of listening, and Sharing” : tutti i Social Media elencati da Brian Solis fungono brillantemente da contenitori di conversazioni ma, allo stesso tempo, sono ridondanti e non generano valore.


 


Per quanto FriendFeed offra la possibilità di aggregare tutti i nostri contenuti e di commentarli (per cui molte persone comentano quanto letto sul blog, usando lo spazio su FriendFeed) non sarà mai la stessa cosa :-) I commenti in un blog sono più articolati, di maggior spessore, creano interazioni meno effimere.

Come scrive Niki in un commento nel blog di Gigi, non è la stessa cosa scrivere un commento su FriendFeed o su un blog: le interazioni che si creano tra la persona e il luogo in cui il commento è generato producono esiti differenti e rendono perciò differenti gli strumenti utilizzati per connettersi.

Per riprendere Gigi:

"Quindi, alla fine della fiera, e grazie alle chiaccherate con Maddalena e Gino, ci siamo trovati d'accordo su un punto. Sono le persone (abitanti della rete) che con le loro personali prospettive definiscono i collegamenti. Sono le persone che stabiliscono il modo di relazionarsi. Sono le persone che linkano un cluster con un altro. Un social network con un altro."

E allora perché insisto con i social network? Perché vorrei che gli ibridi che ancora non ci sono, ci vadano: è un modo per allargare la propria rete, per far emergere i propri talenti in altro modo..., ah, e scusate se è poco!, è un modo anche per parlare di ibridamenti ai vicini di piattaforma :-)

Allarghiamo la nostra rete, la rete degli ibridi :-)

 

 

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tags: dalla rete, arti della connessione, ascesa dei blogger

martedì, 12 agosto 2008
Non mi piace che un discorso di Gandhi abbia uno sponsor nè penso che un indedito possa aggiugnere qualcosa di effettivamente non detto. Ma è importante per tutti che in questo agosto segnato dalla guerra ci si fermi - anche se è tempo di vacanza - a riflettere.


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domenica, 10 agosto 2008
Lo si trova in edicola  assieme a Le Scienze di agosto e per chi non l'ha ancora sfogliato è una lettura che merita. Un classico per chi si interessa alla rete. Linked è stato pubblicato in italiano da Einaudi nel 2004 con il titolo di  Link. la scienza delle reti  e l'autore è l'ungherese Albert-László Barabási

Merita leggere quanto ne hanno scritto, a suo tempo, gli studenti di Sitosophia che ben sintetizzano la posizione di Barabasi:

"Cosa sono le reti? «Sono soltanto lo scheletro della complessità, i meccanismi su cui si articolano i processi che fanno pulsare il mondo» (p. 236, la penultima). E la complessità si fonda su un approccio olistico, antiriduzionistico – come chiarisce questo lungo quanto fondamentale passaggio: «il riduzionismo è la forza che ha guidato gran parte della ricerca scientifica del XX secolo. Per comprendere la natura, affermano i suoi sostenitori, occorre innanzitutto decifrarne le componenti. [...] Per decenni, quindi, siamo stati abituati a vedere il mondo attraverso i suoi costituenti. Ci hanno insegnato a studiare gli atomi e le superstringhe per afferrare l’universo; le molecole per capire la vita; i geni dell’individuo per comprendere la complessità dei comportamenti umani; i profeti per individuare le origini di manie e religioni. Fra breve avremo esaurito tutto quello che c’è da sapere sui singoli pezzi. Eppure non ci siamo granché avvicinati alla comprensione della natura del suo insieme. La realtà è che […] inseguendo il riduzionismo ci siamo imbattuti nel muro della complessità. […] Nei sistemi complessi le componenti possono combaciare in così tanti modi diversi che ci vorrebbero miliardi di anni per provarli tutti. Eppure la natura assembla i suoi pezzi […] sfruttando le leggi onnicomprensive dell’autorganizzazione, le cui radici continuano a essere per noi un profondo mistero. […] Ci accorgiamo ormai di vivere in un mondo piccolo, in cui ogni cosa è collegata alle altre. […] Siamo arrivati a capire l’importanza delle reti» (pp. 7-8).

Barabasi ripercorre le tappe della scienza delle reti: dal matematico russo Eulero (1707-1789) che pose le basi per l’attuale “teoria dei grafi”, ai due matematici ungheresi degli anni Venti del secolo scorso, Erdós e Rényi, che studiarono a fondo i grafi e ne dedussero che i fenomeni complessi fossero di natura casuale, senza leggi. E poi: il sociologo Milgram con al teoria dei “gradi di separazione” che misura la distanza che esiste tra due punti di una rete in base ai loro legami indiretti: tra due distanti sconosciuti, tra due pagine web in Internet o tra due molecole di una cellula. A sovvertire le poche certezze fin lì acquisite provvide la tesi dei “legami deboli” del sociologo Granovetter, secondo cui un soggetto ha maggiori probabilità di successo sociale all’aumentare del numero delle persone con cui non intrattiene rapporti stabili e profondi ma che conosce superficialmente. Rilevante a tal proposito la scoperta degli hub o «connettori», che si deve a Gladwell, un giornalista del New Yorker. I connettori vengono da lui descritti come «una manciata di persone – disseminata in varie occupazioni – che possiede l’abilità davvero straordinaria di stringere un numero eccezionale di amicizie e di conoscenze» (p. 61) ma esistono in qualsiasi campo; ad esempio in Internet fungono da hub i motori di ricerca più visibili, nelle molecole delle cellule un hub è l’ATP. Contrariamente all’ipotesi del caos e dell’assenza di leggi nelle reti, da qui alla formulazione matematica di una legge il passo è breve: si deve infatti ad un’idea ispirata dal sociologo italiano Pareto la legge di potenza «a invarianza di scala», secondo la quale «pochi grandi eventi determinano la maggior parte delle azioni» (p. 79)."

Link. La scienza delle reti
di Albert-László Barabási


Tra le esemplificazioni citate qui ricordiamo quella della "rete degli attori". 

"Nel 1994 tre studenti dell'Albright College di Reading, in Pennsylvania, trovarono che Kevin Bacon, celebre attore hollywoodiano, poteva essere facilmente collegato a qualsiasi altro attore in pochi passaggi, per l'altissimo numero di film che ha interpretato.
Bacon, nella lingua di Barabási, è un hub nella rete degli attori. Pochi mesi dopo, Glen Wasson e Brett Tjaden, dell'Università della Virginia, sfruttando l'Internet Movie Database, hanno creato un sito, l'Oracle of Bacon at Virginia, dove si possono cercare link tra due attori qualsiasi. Provateci e non farete fatica a scoprire che la stragrande maggioranza degli attori è separata da non più di tre link. Perfino Totò e Brad Pitt: entrambi hanno fatto un film con Vittorio Gassman..."
Tra le ricerche di Barabasi anche la dimostrazione che le notizie nel web durano più che sulla carta stampata.

Il discorso - sempre più complesso - continua qui, qui , qui e qui (con delle immagini spettacolari)

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tags: eventi, dalla rete, il segnalibro

mercoledì, 06 agosto 2008
Sul Corriere  diventa una questione di privacy: ovunque ci spostiamo in rete, siamo spiati. Cosa che si sapeva già. In realtà la notizia è l'ultima trovata di un blog americano che promette di indovinare il genere (maschile o femminile) di chi naviga in rete attraverso l'analisi dei siti web visitati dall'utente.
Ovviamente anche Ibridamenti ha cliccato sul bottoncino che ricostruisce la nostra storia di genere e... il verdetto è stato:

Likelihood of you being FEMALE is 44%
Likelihood of you being MALE is 56%

Site Male-Female Ratio
xxxxxx.com
0.9
xxxxxx.com
0.74
xxxxxx.com
0.83
xxxxx.com
1.15
xxxxx.com
1.99

Insomma siamo lì lì, quasi alla pari, con leggera tendenza al maschile!
Premesso che il giochino ovviamente non ha nessun fondamento di carattere scientifico, è inquietante il fatto che dagli States continuino ad arrivare sfide alla nostra intelligenza di navigatori: è mai possibile credere solo per un istante che i siti che visitiamo possano essere considerati indicatori della nostra differenza di genere?
Per fortuna le reazioni sane arrivano e c'è chi ci fa notare che il suddetto giochino si basi su un antico presupposto culturale più che su presupposti scientifici: che maschio sia più bello, ovvero, confrontiamoci per decidere chi è più macho

Ancora una volta la rete diventa il luogo in cui infilare ogni cosa soprattutto se ha a che fare con vecchi stereotipi.

Leggermente più raffinata l'ipotesi - sempre di marchio States - sul fatto che l'homophilia ci rende stupidi dove per homophilia si intende il fatto che in rete si cercherebbero solo persone che la pensano come noi.

Prima obiezione
: come si fa a ritenere che - quasi per magia - nel virtuale [ e perché poi proprio nel virtuale? ] prendano forma persone fotocopia? come si fa a pensare che siccome leggo i libri di etologia di Konrad Lorenz, allora sono tendenzialmente filo-nazista come lo era lui? cosa ne so effettivamente della persona che c'è dietro il blog che leggo tutti i giorni?
Seconda obiezione. Copio incollo direttamente da Antonio Sofi: "i network digitali mantengono comunque la possibilità dell’esposizione al nuovo, e all’alterità. A quella serendipity, che è di fatto il contrario dell’homophilia: la capacità di fare scoperte fortunate e non attese, grazie a orecchie aperte e mente preparata. Online peraltro partecipiamo a diverse comunità che non sono monolitiche, e mai completamente autosufficienti e chiuse a stimoli esterni. Il web sociale è pensato per lasciare porte aperte alle sorprese." Come dire: se leggiamo il virtuale a partire dall' homophilia, ne perdiamo tutto il potenziale creativo, ideativo e innovativo.

Morale della favola: mettendo le due notizie insieme [il ritrovato per scoprire di che genere sono e l'idea che navigare rende stupidi] direi che, almeno per oggi, non  mi sento né particolarmente stupida [nonostante abbia letto molte cose in rete dalle 8.00 di stamane :-)))]  né particolarmente maschio, con buona pace del mio browser.


[maddalena mapelli]
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tags: dalla rete, arti della connessione

martedì, 05 agosto 2008

Ho accesso per incapacità. Per non sapere fare. Di meglio. Costruire con le mani. Messaggi per raggiungerti. Inventare nubi e neve densissima a scalare. Ho aperto per curiosità.
Dimmi com’era. Essere. Poi non so cos’è successo.
Un buco nero. Un mare di parole. Spirale risucchiante. Bocca grande. Un grande amore. Il conato patetico a poetare. Le mani nella faccia. Abbagliante. Luce a soffocare.
Dammi una vita adesso. Semplice o normale.
Identità potente legata in ogni fibra. Arsura obsolescenza. Bianc’alba chiarissima d’essenza. Forza forte e vento a nodi cento. Acciaio temperato per resistere in tensione. La fatica immensa. Il solo lavorare. Una cosa vuota dentro. Un’altra. Di corsa a primeggiare. La stanchezza ha il fiato corto di chi ha corso troppo o male.
Ho promesso. Non svelare.
A margini storture. Farsi in relazioni finte. Narcisistica blandizie. Trarre dadi da lanciare. Cadono le teste. Di birilli di calvizie. L’asta a offerta pubblica di peste. Vendersi al migliore. Millantando rami e maschere. E’ importante. Leggeranno i giovani scolari. Di profitto imprenditoriale.
Chiusa secca nel finale.
Ridere a crepapelle. Poi spirare.

Il 17 maggio scorso per il convegno di ibridamenti avrei voluto scrivere un mio telegramma; l'ho preparato con ritardo (l'8 giugno successivo) e lo propongo qui adesso.

 

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tags: scritture in rete

lunedì, 04 agosto 2008
Prima elaborazione proposta da Luisanna Fiorini e modificata in base ai commenti emersi su Codice Internet.
Si tratta di fare una fotografia dall'alto che ritragga le buone pratiche di collaborazione in rete messe in atto da Università, scuole, istituti di ricerca e di portare invece esempi di portali e/o vetrine con cui le università si presentano in rete solo per mostrare dei prodotti, non per interagire effettivamenti con gli studenti.



clicca sull'immagine e potrai prenderne visione nei dettagli
Internet e università

 

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tags: dalla rete, ricerca, ascesa dei blogger

Possiamo dire tutto quello che funziona e che non funziona nell'università italiana.
Codice Internet ha rilanciato la discussione proposta da Ibridamenti.
Vi invito a dire cosa ne pensate qui.
Potrebbe essere una buona occasione perché tra gli eventi previsti da Codice Internet anche gli ibridi possano partecipare per raccontare quello che abbiamo sperimentato in rete.
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tags: ricerca

domenica, 03 agosto 2008

Mi chiedo perché Internet faccia ancora paura. Possono esserci interessi e logiche di mercato, possono esserci pregiudizi resistenti.

 Ma credo ci sia anche qualcosa di più profondo che ha a che fare con la mancanza di una storia, e più precisamente la mancanza di una fine della storia. Se si può individuare un punto di inizio della rete, è davvero infondato dire come e dove la rete stessa finirà. Se posso guardare alla rete dal mio nodo (il mio blog, il mio twitter, il mio forum…) non posso in alcun modo vederne la fine.

Internet è la narrazione senza fine. Una narrazione quindi che spaventa di più perché non ci consente di narrare, di ricostruirne la trama, di circoscriverla.La rete in questo senso è un luogo in cui si rende vano uno dei più resistenti filoni dell’immaginario: il pensiero apocalittico. 

Ho provato a leggere Blues della fine del mondo di Ian McEwan, pensando al nostro abitare la rete:

Com’è possibile - si chiede lo scrittore - che persistano ancor oggi credenze millenaristiche, fanatismi religiosi, sette e ideologie che postulano l’esistenza di un futuro prevedibile e che arrivino a fissare una data in cui l’umanità intera sparirà?

Da dove traggono linfa vitale le leggende sul nostro decesso collettivo?:

Nel corso della storia l’umanità si è lasciata incantare da racconti che predicono la data e il modo della distruzione totale, sovente irrobustiti dal concetto di castigo divino e redenzione in extremis; l’estinzione della vita sul pianeta, gli ultimi giorni, il tempo della fine, l’apocalisse (p. 6)

Perché resistono? Perché sono teorie nate dal fatto che è inconoscibile il come e il momento in cui la civiltà intera scomparirà. Questo vuoto conoscitivo, la mancanza di certezze evidenti, ha generato appunto quei racconti. D’altra parte, la narrazione, il racconto che prevede un “inizio” e una “fine”, è una struttura connaturata al dare significato alla nostra esistenza:

la gente ha fame di questi annunci, il che ci rivela forse un aspetto della nostra natura, qualcosa che ha a che fare con la nozione profonda di tempo e con il nostro peso irrisorio nella sconfinata vastità dell’eterno, o dell’età dell’universo: in rapporto alla scala umana fa poca differenza dopo tutto. Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose (p. 22)

Seconda questione: come uscirne? La risposta di McEwan è: attraverso la curiosità, soprattutto la curiosità scientifica che ci dà una “conoscenza genuina e verificabile del mondo” (p. 41)

Se la narrazione, la costruzione di una trama, la definizione di una fine sono processi essenziali al nostro pensarci nel mondo, è chiaro che abitare la rete - che si autogenera all’infinito - presuppone un salto in una dimensione esistenziale complessa. Un salto che non tutti sono disposti a fare barattando le sicurezze guadagnate con i rischi connessi alla curiosità, alla perdita del controllo e del centro, all'accettazione della nostra irrilevanza.

Riferimenti bibliografici
Ian McEwan, Blues della fine del mondo, Einaudi, Torino 2008; titolo originale End of the World Blues
Norman Cohn, I fanatici dell'apocalisse, Ed. di Comunità, Milano 1965
Frank Kermode, Il senso della fine: studi sulla teoria del romanzo, Sansoni, Milano 2004

 

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